ROMA - Usare l'ironia, il paradosso e l'umorismo per guarire la mente: è possibile e funziona. Lo dimostrano i settemila casi di pazienti trattati dal professor Farrelly, il «padre» della «terapia provocativa», che è in questi giorni a Roma a insegnare le sue tecniche, su invito dell'Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma e del Centro di Medicina integrata di Firenze. «lo non faccio miracoli di guarigione - ha detto Farrelly incontrando i giornalisti - io sono solo un catalizzatore. Un piccolo elemento che può favorire un grande cambiamento».
La «Terapia provocativa», che è anche il titolo del libro scritto da Farrelly nel 1963, è nata 19 anni fa in un momento di sconforto. Farrelly era giunto alla 91a seduta con un paziente schizofrenico ricoverato da tempo in ospedale che non voleva guarire. Anzi, il paziente «regrediva» come dicono gli psichiatri. Allora Farrelly sbottò: «se continui così ti dovrò dare la pappetta come i neonati. Poi perderai il controllo: ti farai la pipì addosso e ti dovrò cambiare i pannolini. E siccome hai un culo enorme mi ci vorrà un lenzuolo matrimoniale. Tu sarai nella storia della medicina il primo neonato con pelo pubico». Il paziente dapprima diventò rosso, poi scoppiò a ridere e da quel momento cominciò a collaborare. In sole sei sedute guarì e fu dimesso dall'ospedale.
Era nata la «terapia provocativa». Farrelly pensa che l'umorismo possa essere non solo curativo ma anche preventivo dei disagi e dei disordini mentali. «Il proverbio dice: «una mela al giorno leva il medico di torno». Io dico: «una risata è meglio». Farrelly cita le ultime ricerche dell'Università di Stanford in California e l'ultima opera di William Frye («Manuale di humor in psicoterapia») e afferma che la risata ha effetti biochimici importanti: dal punto di vista fisiologico è equivalente a una bella corsa a piedi. E poi si è scoperto che il cervello rilascia encefaline durante il riso: Insomma una risata fa bene sia ai sani che ai malati: «l'ansietà diminuisce - afferma Farrelly - aumenta l'autostima». La «terapia provocativa» è comunque una cosa seria e lo dimostra proprio il «Workshop» intellettivo-didattico che si tiene all'Università Cattolica fino al 5 novembre ed al quale partecipano psichiatri e psicanalisti di varie scuole. Il presidente del Centro di Medicina Integrata, Vannucci, conta di aprire una scuola in Italia, dopo quella di Monaco.
La «cavia» ieri all'Università cattolica è stato un medico: Roberto, di 41 anni, che aveva il problema di essere noioso per via di «un guardiano interno» che lo controllava. Farrelly lo ha sbloccato dicendogli subito «hai ragione. Sei proprio noioso. Faresti sbadigliare anche Dio. E questo sarebbe un grosso guaio per tutti noi». «Con l'anestesia della provocazione umoristica - afferma Vannucci - in terapia possiamo toccare insieme al paziente zone scottanti della psiche senza bruciarci. Dal fatto di vedere la sua immagine il suo mondo e le persone per lui significative in modo strano, mai visto, nascono nuove possibilità di rappresentarsi e di essere nel presente e nel futuro. E' una terapia umanistica, non interpretativa, ma basata sul fatto di far sperimentare al paziente altre parti di se, rispetto a quelle con cui si identifica e che sono responsabili del problema per cui si sottopone alla terapia».
Resta il fatto che i nastri-video con cui Farrelly documenta le sue sedute terapeutiche sono spesso umoristicamente irresistibili. «All'ultimo congresso junghiano - ha ricordato Farrelly - c'erano molti serissimi psichiatri che cercavano di trattenersi dal ridere. Ma erano così buffi che facevano ridere gli altri». Due sono le due ipotesi centrali su cui si basa la terapia provocativa: se provocato dal terapeuta (in modo umoristico), il cliente tenderà a spostarsi nella direzione opposta a quella, descrittagli dal terapeuta; se spinto in modo provocatorio a mettere in atto il suo comportamento autodistruttivo il paziente metterà in atto comportamenti che migliorano se stessi e gli altri e che si avvicinano maggiormente alle norme fissate dalla società.
CESARE PROTETTI
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